Capitolo 3

Sedici scalini dividevano una vita che trascorreva velocemente e una vita che stava per fermarsi. Il mondo si stava per risvegliare, come ogni altro giorno, ignaro del lavoro del destino che, in ogni momento, decide come la vita di ognuno deve cambiare: se deve andare in meglio o in peggio, o persino se deve finire la sua corsa.
La porta blu, come il mare che aveva di fronte, nascondeva a chi era fuori una realtà orrenda, che si vergognava a farsi vedere.
Quella mattina, un'anziana signora si recò, come ogni giorno, alla chiesa del suo piccolo borgo, chiamato Cervo, pieno di vie strette e di autenticità, nel quale viveva da tutta la vita. Arrivata davanti alla piazza, rivolse lo sguardo al mare. Era tranquillo, in lontananza si potevano vedere delle barche a vela. L’acqua mostrava diversi colori e, come in una tela preziosa, si mescolavano creando, alla vista delle persone che ne potevano godere, una sensazione di beatitudine. Il sole, appena sorto, illuminava la facciata del sacro edificio, facendola sembrare d’oro e rendendola meravigliosa.
L'anziana percorse con calma gli scalini, le venne in mente il giorno in cui si era sposata quando, con gran fretta, corse per arrivare prima dal suo sposo, trascinandosi dietro il velo bianco.
Entrò nella chiesa, avanzò per qualche metro e si sedette per raccogliersi in preghiera. In quel luogo, le sembrava di aver vicino il suo defunto marito, con il quale aveva passato gli anni più belli della sua vita e affrontato molte difficoltà. Ora, anziana, si sentiva debole e sola. Sapeva di avere una famiglia stupenda e dei nipoti che le volevano bene, ma l’amore per il suo amato sposo era sempre più forte, e la solitudine le schiacciava il cuore sempre di più. Non rimpiangeva la vita che aveva vissuto, ma sapeva di essere quasi al capolinea, era grata di tutti i bei momenti ed era felice di avere superato al meglio i momenti difficili.
Infine, si alzò in piedi, le ginocchia le facevano male, così sì aiuto con il bancone, prese la borsetta e si diresse verso la statua della madonnina alla parte opposta della chiesa per accendere una candela, quando…
Aaaaaaaaah !
Corse fuori, iniziò a chiedere aiuto, la gente cominciò a riunirsi intorno a lei, non riusciva a parlare, piangeva a dirotto, indicava con il braccio destro la chiesa. La gente non capiva, pensava che la signora si sentisse male, si teneva la mano sinistra sul cuore e piangeva.
« La ragazza… la ragazza! », mormorava tra sé e sé, con lo sguardo vago e la voce strozzata, come se avesse appena visto un fantasma.
Le persone, stranite da questa situazione, andarono a vedere nella chiesa e la trovarono. Trovarono la ragazza di cui parlava l’anziana, ma non era un fantasma, era una giovane che stava per abbandonare questo modo troppo presto.
Penelope era sdraiata in fin di vita davanti alla Madonna, con la pancia rivolta verso il basso e il volto verso l’uscita. Aveva perso i sensi, ma respirava ancora, aveva una ferita all’addome che aveva creato intorno a lei una pozza di sangue che si allargava sempre di più.
Quel luogo sacro, che dovrebbe significare amore e fratellanza, era stato macchiato con del sangue. I suoi occhi erano chiusi, come se si stessero arrendendo al destino che bramava quella giovane vita, ma il suo cuore combatteva, non voleva cedere, voleva vivere!
Aveva appena iniziato ad amare, aveva appena compreso la bellezza della vita, era troppo giovane per decidere di non combattere contro il destino, era troppo giovane per fermarsi!
L’ambulanza arrivò e portarono immediatamente la ragazza all’ospedale, l’avevano trovata in tempo.
Subito non si sapeva chi fosse, perché con lei non aveva documenti, poi, però, l’anestesista della sala operatoria la riconobbe… Penelope Pirandello, il nuovo talento della letteratura italiana. L’aveva vista sul giornale, se la ricordava perché le era rimasta impressa nella mente la sua storia, una storia terribile che la ragazza aveva superato grazie al suo grande talento e al suo grande amore per la scrittura.
Erano ormai passati quattro mesi da quel brutale giorno in cui Penelope era stata aggredita, e ormai era arrivata l’estate, ma le domande erano ancora tante, troppe forse! E di certezze gli inquirenti ne avevano ben poche.
Sulla scena del crimine avevano trovato solo un’impronta, un 43 di una scarpa sportiva, e la lettera A scritta con il sangue accanto a Penelope.
Forse Penelope voleva scrivere il nome del suo aggressore ? Perché Penelope era in quella chiesa di notte ? Perché era nel paese di Cervo ? E come ci era arrivata ?
L’estate iniziava a farsi sentire, il caldo era sempre di più e le spiagge iniziavano ad affollarsi. E quella piccola stanza di ospedale, che non era toccata dal caldo esterno, stava diventando una gabbia per le persone che amavano Penelope. Il tempo passava e Penelope non riusciva a risvegliarsi dal coma, era come se tutto si fosse fermato quel giorno, come un orologio rotto.
Lucas Bruni, il figlio di Alessandro, dopo il ritorno di Penelope dall’America si era trasferito in Liguria per starle accanto, in quel momento così delicato e difficile. Le cose stavano iniziando ad andare bene per i due ragazzi: Penelope non aveva più incubi e iniziava di nuovo ad essere felice e lui stava rielaborando l’odio per il padre. Andava a trovarla in ospedale tutti i giorni, l’amava tantissimo e nel suo cuore sapeva che, prima o poi, si sarebbe risvegliata. Era lui a dare la forza a tutti gli altri che iniziavano a perdere fiducia in quel risveglio tanto desiderato. Era come se uno scrittore non narrasse più la sua storia, forse per mancanza delle parole giuste o perché ne stava scrivendo un’altra.
Lucas le portava ogni giorno un rametto di ginestra per ricordarle i versi del suo amato Leopardi, i quali l’avevano aiutata ad uscire dal brutto periodo dopo il rapimento, perché le ricordavano l’importanza di vivere e di cercare sempre la felicità, anche nelle piccole cose. Lo metteva tra le mani di Penelope come se fosse la bella addormentata, la sua storia preferita, le pettinava i capelli e, alla sera, le leggeva tutti i suoi libri preferiti. Ogni tanto faceva anche dei commenti su ciò che stava leggendo, sapendo che a Penelope non sarebbero piaciuti, ma il suo cuore sperava che, così facendo, lei si sarebbe svegliata per dirgli che aveva torto e sarebbe riuscito, così, a rivedere quelle sue guance che arrossivano quando era arrabbiata. Quei piccoli gesti mostravano tutto l’amore che lui provava per la sua amata ragazza, presa a schiaffi dalla vita un po’ troppe volte, ma che si era sempre rialzata e che non aveva mai perso la fiducia nella vita stessa e nelle persone.
I carabinieri non sapevano più cosa fare, la pista del premio letterario, ipotizzata da un carabiniere dopo aver letto il libro, sembrava quella giusta, ma essendo un concorso molto ambito, non sapevano chi fosse l'aggressore, tutti potevano potenzialmente esserlo.
Chi poteva essere stato ? Quanto era importante quel concorso da far commettere un omicidio ? A tutte queste domande non si trovavano risposte e i giornali avevano smesso di raccontare la storia di Penelope perché non attirava più lettori. Era ritornata ad essere invisibile, tranne che per la sua famiglia, che le risposte le voleva e anche al più presto.
Forse perché pensavano che, con qualcuno da accusare, sarebbe stato più facile accettare la condizione in cui si trovavano, o forse perché volevano un nome e un volto da odiare e basta.
Rimanevano loro solo cinque indizi a cui aggrapparsi: l’impronta di una scarpa numero 43, la lettera A scritta con il sangue, una chiesa (lontana rispetto a dove viveva Penelope), un libro candidato a un premio letterario e un passato orribile.
Tutto questo era il caso di Penelope: cinque piccoli, scarsi, indizi che sembravano non collegarsi tra di loro in nessun modo.
Una mattina, il padre di Penelope arrivò in ospedale, come ogni giorno, Lucas era già lì, accanto al suo amore. Il padre si avvicinò e porse a Lucas una lettera.
« Ho trovato questa lettera in camera sua, pensavo fosse giusto che la leggessi. L’ha scritta prima ancora del rapimento ».
Eterna Luna, tanti furono i poeti che ti dedicarono i loro versi, così tanti che hanno acceso in me questo ardente fuoco, ma c’è una canzone, in particolare, che mi sconvolse l’animo e mi fece riflettere sulla nostra esistenza. Grazie ad essa ho capito la ragione per continuare a combattere questa eterna battaglia chiamata vita.
Una guerra difficile, ma che vale la pena di essere affrontata, poiché tutti i dolori, tutte le sconfitte e tutte le sofferenze che siamo per natura costretti ad affrontare, non sono niente in confronto all’amore che ci regali.
O vergine ed eterna Luna, sei conosciuta storicamente come l’amica degli amanti. Proteggi il mio e fai sì che queste mie dolci parole gli vengano sussurrate all'orecchio quando il confine tra il sogno e la realtà è sottile. Fa sì che scopra il mio amore, digli quanto desidero un suo abbraccio, raccontagli che i miei sogni sono tutti dedicati a lui e che questa impervia strada, da quando è al mio fianco, non mi fa più paura.
