Our Families’ Wartime Stories - Storie di guerra delle nostre famiglie

 Presentazione
1 - Un parto travagliato
2 - Punti di vista di una stessa guerra
3 - Piccole storie
4 - Mi ricordo di quelle caramelle
5 - Peccati di gola
6 - Famiglia e Guerra
7 - In memoria di Giovanni Battista
8 - Maurice Munier
9 - Ricordi del cielo
10 - Jeanette e Arturo
11 - Di nascosto
12 - Con gli occhi di Maria
13 - Un'odissea che parla francese
14 - L’esproprio
15 - Coraggio civile
16 - Tra mare e monti
17 - Anni 20 in Valle d'Aosta
18 - Un’ infanzia di guerra
19 - Nonno Leo un pittore in guerra

PRESENTAZIONE 

Nel tumulto degli anni passati, le memorie delle nostre famiglie si aggrappano tenacemente alle fibre della storia. La Seconda Guerra Mondiale, argomento di studio ulteriormente approfondito durante l’ultimo anno di liceo, ha lasciato un'impronta indelebile nel panorama storico e nelle narrazioni familiari di molti.

Attraverso il nostro progetto in due lingue: "Forget me not - Non ti scordar di me: storie di guerra delle nostre famiglie"- proposto dalla nostra insegnante di Inglese, Valentina Tenedini e curato in collaborazione con lettrice madrelingua Sally Larder, attraverso i racconti raccolti dalla viva voce dei nostri parenti e amici più prossimi, ci proponiamo di custodire la memoria di coloro che hanno vissuto, combattuto e lottato per resistere durante quegli anni drammatici; ricordare ciò che è stato può servire ad illuminare il presente e ispirare il futuro, affinché la fiamma del ricordo non si spenga mai.

Il titolo da noi scelto è intriso di significati profondi; derivato dal fiore omonimo, simbolo di memoria e ricordo, invita a non dimenticare le esperienze vissute dalle nostre famiglie durante il secondo conflitto mondiale. Ogni storia, ogni ricordo è un petalo prezioso di questo fiore, e attraverso questo progetto abbiamo voluto raccoglierli e proteggerli affinché non svanissero per sempre.

Il nostro augurio è che queste storie ci ispirino a promuovere sentimenti di pace,  tolleranza e comprensione in un mondo che continua a essere minacciato e tormentato da divisioni e dai conflitti e che il fiore della memoria, coltivato con amore e rispetto, possa fiorire per sempre nel giardino della nostra coscienza collettiva.


Gli studenti della classe 5 A Linguistico 

Liceo Scientifico e Linguistico E.Bérard - a.s. 2023-24

UN PARTO TRAVAGLIATO

Ho deciso di raccontare una delle tante storie sulla Seconda Guerra Mondiale che la mia bisnonna Alda, la nonna di mia mamma, ha da offrire.

Correva l’anno 1940, Nonna aveva soltanto sedici anni ma secondo l’usanza dell’epoca, nonostante la giovane età, era già sposata con un uomo proveniente da Rieti; i due non poterono andare a vivere subito insieme, quindi si sposarono essendo distanti “per procura”.

Quando andò a trovarlo per la prima volta  rimase incinta e all’ottavo mese di gravidanza convinse  suo marito a trasferirsi in Valle d’Aosta, sua regione di nascita, cui è sempre stata molto legata.

Per questioni di lavoro però, il marito non poté accontentarla nell’immediato e la raggiunse qualche mese dopo; in ogni caso Nonna decise di ripartire da sola e  dare alla luce suo figlio nel suo paese natale,  cosa che per lei era molto importante.

Il treno all’epoca era un veicolo di scarsa qualità, ben poco confortevole, composto anche da carrozze di carri bestiame; una volta trovato il suo posto, Nonna inizió il viaggio, immersa nei suoi pensieri, disturbati a tratti dal frastuono delle bombe che esplodevano qui e là o dal rumore prodotto dallo scoppio di un proiettile.

Una volta arrivata in Valle d’Aosta non trovò nessuno ad accoglierla alla stazione, e per raggiungere casa sua dovette inerpicarsi a piedi, in avanzato stato di gravidanza, su per la montagna, rifugiandosi all'occorrenza nelle capanne e baracche che trovava sulla via di casa, augurandosi  di non essere scoperta dai proprietari.

Una volta arrivata da sua madre, a Etroubles, era ormai prossima al parto, e non le rimasero che pochi giorni per riprendersi.

Quando il giorno atteso arrivò, a casa c’erano solo Nonna, sua madre e sua sorella; dovette partorire a casa perché non poteva permettersi i costi dell’ospedale, e tra tante fatiche e con una minima assistenza, il figlio venne alla luce. Era un maschietto e fu chiamato Ezio.

Quando finalmente suo marito la raggiunse si stabilirono in una casa propria vicino a casa della madre, dove vissero lì fino alla prematura morte di lui nel 1955.

Oggi, quel bambino nato durante la guerra, è l’unico rimasto vivo dei tre figli avuti  da mia nonna; lei vive vicino a lui e ancora oggi, alla veneranda età di 99 anni, ama bere un bicchiere di vino rosso al giorno e mangiare ciò che coltiva nel suo orto.


Edoardo BICH

PUNTI DI VISTA DI UNA STESSA GUERRA

I miei nonni paterni e materni hanno avuto esperienze diverse durante la Seconda Guerra Mondiale, questo è ciò che mi hanno raccontato.

 Mio nonno materno ha vissuto gli anni della guerra a Milano. C'erano molte differenze tra lui e gli altri miei nonni, perché lui era benestante e durante la guerra continuò gli studi stando in collegio, dove non ebbe, a suo dire, tanti problemi di cibo e di salute. Nonno ricorda però un suo insegnante che mangiava molto lentamente, probabilmente per darsi  l'impressione di mangiare di più e saziarsi più facilmente. 

I miei nonni litigavano spesso tra loro affrontando l'argomento, perché mia nonna diceva che mio nonno aveva vissuto, per così dire, “bene” durante  la guerra; riferiva infatti di aver visto cadere alti palazzi vicino a lui, temendo di essere colpito da un momento all'altro.

Mia nonna materna, Ada, viveva in Friuli, in campagna. Patì molto la fame perché in famiglia erano 11 figli; sua madre era malata e tutti avevano vari problemi di salute. Durante la guerra uno dei suoi fratelli si ammalò e morì a soli due anni. Nonna mi ha raccontato di quando a volte uscivano di nascosto alla ricerca di frutti e bacche da mangiare. La loro casa fu bombardata e dovettero cercare rifugio altrove.

I miei nonni paterni hanno vissuto la guerra in Valle d'Aosta. Non me ne hanno parlato molto; non è un argomento che affrontano facilmente, a differenza di mia nonna materna. 

Mio nonno Aldo, però, mi ha raccontato che una volta lo avevano messo “al muro” e volevano fucilare lui e ad altre persone, ma un prete che conosceva il tedesco riuscì a dissuadere i soldati dal farlo.

Inoltre suo papà, il mio bisnonno Natale, ha potuto raccontare a mio padre diverse cose accadute durante la guerra; mentre era al fronte, poté venire in visita a casa perché era nato suo figlio. Anche suo fratello fu chiamato alle armi, ma non fece ritorno.  Nell’esatto momento in cui la guerra terminò, le lancette dell’orologio custodito in casa della sua famiglia si arrestarono e ripresero a funzionare, altrettanto improvvisamente, solo due anni dopo, quando il fratello scomparso, che nessuno sperava più ormai di rivedere, fece ritorno a casa.  Sembrò a tutti una cosa incredibile, dal momento che non aveva più dato notizie; forse,  invece, è stato un vero e proprio segno del destino.

Nonno mi ha raccontato  anche che alcuni suoi amici, ora morti da tempo,  avevano un numero tatuato sul braccio essendo stati internati nei campi di concentramento. Costoro raccontavano che per sopravvivere erano arrivati a cercare il cibo finanche nel letame degli asini cui badavano, avendo, nel campo di prigionia,  il compito di dare da mangiare agli animali. 

Purtroppo Nonno è venuto a mancare nel 2023 e non ho avuto il tempo di chiedergli altro.

Certi racconti mi sembrano incredibili oggi, inoltre mi addolora pensare a quanta gente è morta e alle loro sofferenze. Studiare la storia può servire a non ripetere gli stessi errori.

Amanda CHATRIAN

PICCOLE STORIE

Mi chiamo Alessio Cino e ho scelto di raccontare quel poco che so dell’esperienza dei miei familiari durante la Seconda Guerra Mondiale.

Quello che mi è stato raccontato dalla mia nonna materna riguarda suo padre, Bruno Frison. Dopo lo scoppio della guerra il mio bisnonno entrò a far parte della resistenza partigiana come messaggero e il suo nome in codice era “Cannella”. Purtroppo non so molto altro su di lui, anche perché è morto giovane in un incidente d’auto e mia nonna non gli ha potuto chiedere molto circa il suo passato.

Per quanto riguarda invece il ramo paterno della mia  famiglia, so per certo che non ci sono stati combattenti né per i partigiani né per i fascisti. La sola cosa rimarchevole è il fatto che mio bisnonno e sua sorella erano stati battezzati rispettivamente coi nomi di Benito e Italia dai loro genitori così da ricevere il premio in denaro  stabilito per questi casi dal Governo Fascista. Da bambini avevano frequentato la scuola elementare fascista, che era molto diversa dalla nostra, ad esempio le classi erano divise per genere (maschile e femminile). Per quanto riguarda le materie, si studiava “lavori donneschi e manuali”, “nozioni varie e cultura fascista” e veniva addirittura valutata l’igiene personale dello studente.

Pur essendo poche, penso che queste storie siano giuste da condividere con tutti, perché possono portare ad un arricchimento culturale.

Alessio CINO

MI RICORDO DI QUELLE CARAMELLE

Oggi 2024, 85 anni dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, non ci restano che  poche e rare opportunità di ascoltare testimonianze autentiche dalla viva voce  delle persone che hanno vissuto in quell’epoca.

Questo lavoro di raccolta è fondamentale per non far svanire il ricordo di un periodo che a noi sembra lontano, ma che ancora oggi ci segna e ci riguarda.

Durante l’estate scorsa ho avuto l’opportunità di farmi raccontare un ricordo di quegli anni da un amico di famiglia, che nonostante l’età, mantiene lucida la memoria di certi momenti, visti dagli occhi innocenti di un bambino di 3 anni. 

Anche mia nonna ha vissuto gli anni della guerra, ma non essendo più in vita, mi sono fatta raccontare da mia mamma uno dei suoi ricordi, in questo modo anch’io avrò l’opportunità di tramandare  questa storia ai miei figli e a quanti vorranno ascoltarla.

Un amico di famiglia mi ha raccontato che da piccolo lui e sua madre conobbero tre soldati toscani cosiddetti ‘repubblichini’, cioè  coloro i quali, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, scelsero di rimanere fedeli al Duce e alla Repubblica di Salò, e continuarono a combattere contro l’esercito inglese e americano.  “Erano italiani che non intendevano cambiare fazione o bandiera, consideravano gli americani invasori, dato che erano loro che bombardavano l’Italia, perciò i ‘repubblichini’ si consideravano  patrioti.

Quei ragazzi avevano giurato che ci avrebbero fatto avere loro notizie quando sono partiti, ma poi sono stati fucilati dai partigiani.

La mia famiglia li conosceva perché loro andavano da mia mamma, che faceva la sarta e le portavano i vestiti da cucire o da lavare. 

A 50 metri da casa mia c’era una baracca e dentro era pieno di roba, dei loro viveri e c’erano anche delle caramelle rotonde colorate, di zucchero. Io andavo giù con loro e loro mi riempivano la scatoletta. Quei soldati hanno lasciato delle cose, ho ancora lì qualcosa che apparteneva loro, ad esempio due rasoi da barba in ferro, in metallo,  altri oggetti invece  sono spariti. 

Me lo ricordo vagamente come un sogno, all'epoca avevo 3 anni e mi è rimasto impresso perché mi davano le caramelle.

Mia mamma, più che altro, è stata male perché prima che partissero aveva detto loro di farle avere delle notizie. Questi ‘repubblichini’ erano dei ragazzi giovani, avranno avuto vent’anni, di loro non abbiamo saputo più niente”. 

Un amico di famiglia 

Chiara CONDÒ

PECCATI DI GOLA

Mia nonna “Giusy”, da sempre soprannominata così in famiglia, è nata in Calabria nel 1936 e ha vissuto i primi tre anni della sua vita nel Sud Italia; ben presto, però, la sua famiglia emigrò in Italia settentrionale, più precisamente in Valle D’Aosta, alla ricerca di un luogo più sicuro, dato che nel frattempo era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e l'Italia era coinvolta nel conflitto prima e occupata dall'esercito tedesco poi. I suoi genitori pensarono che un paese tra le Alpi potesse offrire una dimora più sicura.

Nonna e la sua famiglia non furono però tra i più sfortunati all’epoca, infatti lei mi ha raccontato che, nonostante la guerra,  se la cavavano piuttosto  bene e tutto considerato hanno superato certe difficoltà meglio di altri.  

Quando Nonna mi racconta della guerra ricorda spesso che mentre apparecchiava la tavola, sottraeva le pagnotte per poterle mangiare da sola dopo cena, dato che, nonostante non fossero in gravi difficoltà come altri, il cibo scarseggiava sempre e la precedenza a tavola non era data a lei; dopo cena a letto sgranocchiava il pane sotto le coperte e dormiva punzecchiata dalle briciole.

Si ricorda ancora poi la terribile sensazione di quando gli aerei e i bombardieri sorvolavano il suo paese, la sua casa, la sua testa, e di quando, spaventata, si rifugiava sotto il letto in cerca di riparo, sperando che non le succedesse nulla.

Nonna ha sempre vissuto in una famiglia molto unita e da quanto mi ha raccontato si evince che aveva un bellissimo rapporto col papà, il quale, a sua volta, durante la guerra le raccontava le esperienze di suo nonno, mio trisavolo, che aveva combattuto nella Grande Guerra. 

Nonna ricorda tutto di certi momenti, che la colpirono a tal punto che anni dopo volle andare a Trieste, per cercare e trovare la tomba di suo nonno. Inoltre Nonna è convinta che le vicende apprese tramite questi racconti la aiutarono a superare quel tragico periodo della sua vita e sono felice che abbia potuto raccontarmi tutto questo.

Emma DANIELI

FAMIGLIA E GUERRA

Ho deciso di raccontare la storia del mio bisnonno materno Angelo Provenzano,  così come mia madre me l'ha raccontata.

Angelo combatté nella  Seconda Guerra Mondiale. Prima della chiamata alle armi era stato  contadino, pastore e macellaio.

I sentimenti presenti in tempo di guerra erano piuttosto pesanti, violenza, brutalità, solitudine, dolore, malinconia, indifferenza nell’uccidere, il non sapere se si sarebbe mai tornati  a casa, rabbia e senso di ingiustizia, ad esempio, nel ricevere comandi e dover obbedire senza porre obiezioni. 

Le circostanze erano a dir poco difficili, infatti le condizioni igieniche erano pessime, le persone erano esposte al freddo, ma allo stesso tempo ad alte temperature, pioggia e bombardamenti. Gli ufficiali anziani trattavano le truppe con arroganza e si percepiva nell’aria un senso di malessere causato dalle azioni dei soldati. I risultati ottenuti erano stati per lo più pessimi, la guerra aveva causato gravi traumi: chi era sopravvissuto non era più lo stesso (depersonalizzazione, dissociazione e stato confusionale); la vita dei veterani era tormentata da allucinazioni nelle quali sentivano  il suono delle mitragliatrici, vedevano i  commilitoni mutilati o uccisi. 

Angelo parlò a mia madre anche delle difficoltà affrontate dopo la fine della guerra: la fame, la povertà, la crisi economica, i senzatetto e gli sfollati, la devastazione, il degrado e l’inquinamento ambientale. La guerra stravolse la vita del mio bisnonno e anche di tutta la famiglia di mia madre; in ogni caso, mentre era al fronte il suo desiderio era uno solo:  tornare  dai suoi cari e grazie a Dio è stato esaudito.

Sofia LANCELLOTTA

IN MEMORIA DI GIOVANNI BATTISTA

Questo aneddoto mi è stato raccontato da mia nonna materna  e riguarda il mio bisnonno. 

Giovanni Battista stava combattendo nella campagna di Russia durante la  Seconda Guerra Mondiale, in circostanze drammatiche quali, ad esempio, le temperature di diversi gradi sotto lo zero, e  dunque vivendo quelli che furono di fatto i giorni più tragici della sua vita. 

Una volta tornato a casa, non parlava molto di guerra, ma una delle poche storie che ha raccontato sembra incredibile. 

Verso la fine della guerra l'esercito italiano stava per ritirarsi, così il mio bisnonno e tre dei suoi compagni dovettero tornare a casa in Italia; percorrendo il tragitto a piedi e senza sapere bene dove andare, ad un certo punto si trovarono davanti un carro armato russo. I soldati russi li fermarono e chiesero la loro identità, in quel preciso momento il mio bisnonno disse che aveva pensato che non sarebbe mai tornato a casa, ma i russi inspiegabilmente li lasciarono andare e, mentre passavano davanti al carro armato - mio nonno disse - che erano certi che i soldati avversari avrebbero sparato loro alle spalle, ma miracolosamente non  successe.

Una volta tornato a casa, l'anno successivo al conflitto,  la sua vita era di fatto stravolta: Giovanni Battista era diventato quasi completamente sordo e mentalmente instabile.

La cosa che più colpì la moglie Amalia fu che passava le notti in giardino su un lettino; nessuno riusciva a capire perché rifiutasse di dormire al chiuso.

Foto del  mio bisnonno in divisa Foto dei soldati durante la distribuzione del rancio Gruppo di soldati in un momento di pausa

Giada MIRIELLO

MAURICE MUNIER

Mio nonno paterno, Elio Munier, è  un uomo riservato, sempre sulle sue. Nonostante ciò, quando gli chiesi per la prima volta di parlare dell’esperienza di suo padre, mio bisnonno, durante la Seconda Guerra Mondiale, mi parve subito contento di potermi raccontare quel poco che sapeva. 

Suo padre, Maurice Munier, il cui nome sotto il regime fascista, fu tradotto all’anagrafe in Maurizio, era nato nel 1918 a Charvensod, in Valle D'Aosta;  nel 1939 era impegnato nel  servizio di leva militare, quindi con l'entrata in guerra dell'Italia il 10 giugno 1940, non venne congedato e fu inviato a combattere sul fronte albanese. 

Un ricordo che deve essergli rimasto particolarmente impresso riguardava il momento del  cambio tra i battaglioni, quando  oltre la trincea si notavano le cataste di cadaveri.

Suo padre gli raccontò anche di quando lui e altri due soldati,  incaricati di  portare dei messaggi al fronte, giunti a metà strada, si trovarono attaccati dal fuoco nemico; si nascosero  in alcuni cunicoli sotterranei, e infine riuscirono a riprendere il  cammino.

Inoltre, Maurice fu catturato dai soldati del maresciallo Tito e tenuto prigioniero per quattro anni, tra il ‘43 e il ‘47  prima  in Albania e poi  in Grecia. 

All’epoca gli italiani venivano spesso fatti prigionieri insieme ai soldati tedeschi, che però venivano subito uccisi dai comunisti jugoslavi; Nonno racconta di un episodio in cui un giovane soldato tedesco, che non avrà avuto più di 18 anni, tentò di nascondersi tra i prigionieri italiani, ma una volta scoperto dai soldati titini  fu ucciso sommariamente senza  pietà. 

Agli italiani venivano imposti vari lavori, così durante la prigionia il mio bisnonno si ritrovò a fare il pastore di oche, senza cibo se non pane, patate e cipolle; Nonno racconta spesso che una volta tornato dalla guerra suo padre non riusciva ad alimentarsi con altro che quei cibi. 

Nel 1947 Maurice riuscì a tornare in Italia insieme ad un altro suo compaesano grazie all’aiuto di Palmiro Togliatti, che pagò un riscatto alla Jugoslavia per far tornare i soldati  italiani rimasti prigionieri.

Questo è quanto mio nonno ha deciso di raccontarmi  su suo padre,  la storia di un uomo, che come tanti altri in quell’epoca, fu  strappato alla famiglia per anni, ma che fortunatamente riuscì a tornare in patria e in seno alla sua famiglia. 


Coralie MUNIER

RICORDI DEL CIELO

I miei nonni non hanno tanti ricordi della guerra, data la loro tenera età quando si è svolta.

Se i miei nonni paterni non ricordano nulla, i miei nonni materni, invece, qualche ricordo lo posseggono ed è per questo che racconterò le loro storie.

Il padre di mio nonno materno Valerio era stato generale dell'aeronautica militare durante la Prima Guerra Mondiale e il padre di mia nonna materna Loredana aveva combattuto per le truppe austriache sempre durante la Grande Guerra, mentre nessuno di loro prese parte alla  Seconda (riguardo il mio bisnonno materno probabilmente fu esonerato in quanto essendo vedovo dovette occuparsi delle sue quattro figlie). 

Tra i pochi ricordi di mia nonna Loredana c’è sicuramente quello riguardante il suo soggiorno a Firenze, più precisamente appena fuori dalla città quando questa fu bombardata.

Durante la guerra, mia nonna, le sue tre sorelle e suo padre vissero in una villa sopra Firenze (dato che Roma, la loro città natale, era poco sicura) e proprio da lassú era possibile vedere i bombardamenti che venivano effettuati su Firenze di notte:  “Stavamo tutti e cinque sul letto matrimoniale nel buio pesto dovuto all’oscuramemto e nostro padre ci raccontava delle storie, oppure rimanevamo semplicemente tutti immobili in silenzio. 

La notte, sempre per passare il tempo, ci capitava anche di salire sulla torre della villa per vedere ancora meglio la città e fare a gara a chi contava più bombe. Essendo la più piccolina, non avevo capito che cosa stesse accadendo e quindi per me quello era uno spettacolo affascinante.”

L’unico ricordo che mio nonno possiede riguarda invece i suoi frequenti incontri con i soldati tedeschi in campagna, i quali gli regalavano sempre delle caramelle per domandargli poi se sapesse dove comprare del latte nelle vicinanze; la loro domanda era finalizzata a scoprire i posti dove potevano andare a punire la gente che vendeva il latte, pratica da loro considerata  illegale; questo fa comprendere quanto la loro presenza fosse fastidiosa anche per dei semplici contadini.

Nonostante mio nonno non abbia alcun altro ricordo diretto, ha avuto la fortuna di avere come padre il generale (nonché uno dei fondatori nel 1923) dell'aeronautica militare italiana, Ettore Faccenda, il quale ebbe l’occasione di fare due incontri molto importanti.

Il primo di questi riguarda la visita che Benito Mussolini fece all'aeroporto di Campoformido, e in questa occasione il mio bisnonno gli fece fare il suo primo volo su un velivolo bielica.

Il secondo incontro rilevante riguarda invece la prima visita di Adolf Hitler a Roma, dove in suo onore venne chiesto allo stormo di cui il mio bisnonno faceva parte, di volare in formazione cosí da riprodurre una croce uncinata,  esibizione che  ebbe un gran successo.

Queste sono alcune delle storie che ho avuto la fortuna di ascoltare quando ero più piccola,  comprendendone solo ora il valore di testimonianza storica autentica; ringrazio i miei nonni per il tempo che mi hanno dedicato e per il loro contributo a mantenere viva la memoria.

Valeria PAPAGNI

Visita di Mussolini all'aeroporto di Cagliari Elmas, anni 30.

Alla sinistra di Mussolini, il mio bisnonno materno  Ettore Faccenda.

Visita a Campoformido con dedica successiva di Benito Mussolini ad Ettore Faccenda, Aprile 1927

Foto dello stormo  di Ettore Faccenda in formazione a svastica durante la visita ufficiale di  Adolf Hitler a Roma

 

JEANNETTE E ARTURO

Quando la Seconda Guerra Mondiale scoppiò, mia nonna paterna era ancora molto piccola: aveva solamente sette anni. Si chiama Jeannette ed è nata in un piccolo paese della provincia denominata Valenciennes, nel nord della Francia al confine col Belgio.

Questo terribile conflitto segnò profondamente lei e la sua famiglia, infatti oggi, alla veneranda età di 91 anni, Nonna ricorda ancora quel tragico periodo con molta sofferenza e ne parla con difficoltà.

Il ricordo più forte che ha è di sua mamma che, ogniqualvolta uscivano di casa, le raccomandava di non guardarsi intorno per non notare i cadaveri disseminati per strada.

Inoltre, la sua infanzia è stata accompagnata dal sottofondo del rumore degli elicotteri dell’esercito e degli allarmi antiaerei che, suonando all’improvviso, indicavano la necessità di andare immediatamente a rifugiarsi nei bunker per cercare di scampare alla furia del bombardamento.

In particolare, mia nonna ricorda che un giorno che si temeva un attacco imminente, la città fu evacuata e lei ed altri abitanti al rientro trovarono le loro abitazioni devastate.

Ciononostante, un aspetto che mia nonna ha tenuto a rimarcare più volte è che non tutti i soldati nemici maltrattavano la popolazione locale: infatti, molti militari tedeschi disapprovavano fortemente la guerra e aiutavano le famiglie francesi, tra cui quella di mia nonna, offrendo loro le poche razioni di cibo che ricevevano e regalando ai bambini del cioccolato. 

Infine, l’evento più traumatico che Nonna ricorda è il ritorno di suo zio dai campi di concentramento: quest’uomo era talmente scioccato da sembrare quasi impassibile; corpo e mente erano stati messi a dura prova, fatto sta che fu necessario alimentarlo  tramite una cannuccia per  far riabituare il suo corpo al cibo di cui era stato privato per troppo tempo.

Mio nonno paterno invece, visse la tragedia della Seconda Guerra Mondiale all’età di 14 anni. Si chiamava Arturo ed era nato ad Oveillan, una frazione di Sarre in Valle d’Aosta.

Nonno era una persona estremamente buona e pacifica, infatti ripudiava ogni forma di violenza e si rifiutò di combattere, non volendo uccidere nessuno. Per questo motivo, quando fu arruolato nell’esercito scappò dalla Valle d’Aosta e dai suoi cari e trovò rifugio in Emilia Romagna. Qui, fu ospitato da una famiglia che lo nascose in una buca vicino alla loro abitazione: Nonno mangiò e dormì in queste tristi condizioni per tutta la durata della guerra senza mai essere scoperto.

Infatti, se i funzionari del governo fascista lo avessero trovato, lo avrebbero arrestato con l’accusa di essere un  "disertore" e sarebbe stato condannato a morte e con lui la famiglia che lo aveva nascosto.

Al termine del conflitto riuscì a tornare in Valle d’Aosta e ricongiungersi con i suoi cari, dopo aver vissuto anni difficili per sostenere la personale libertà di scelta di ripudiare la guerra.

Grazie Nonna, grazie Nonno, porterò sempre con me il vostro esempio di forza e di coraggio.


I miei nonni: Jeannette e Arturo I miei nonni con i loro primi cinque figli

Christine PELLU

 

DI NASCOSTO

Mia nonna Giuliana mi raccontava che da piccola, durante la Seconda Guerra Mondiale, ebbe purtroppo molto spesso a che fare con i soldati tedeschi. 

Giuliana e la sua famiglia vivevano nella campagna genovese e suo padre, un combattente armato senza regole, si uní alla lotta partigiana, e combattè contro un esercito ufficiale per il suo territorio. 

I soldati tedeschi, intendendo scovare e catturare i partigiani,  li ricercavano andando di casa in casa, e il mio bisnonno, che si era creato un rifugio ricavato da un buco sotto il pavimento, era solito nascondersi durante la durata della perquisizione, e uscire solo dopo aver sentito i mezzi militari nemici allontanarsi, trattenendo il respiro per non farsi scoprire. 

Nessuno in famiglia capiva il tedesco, ciononostante, ad ogni perquisizione dei soldati tedeschi,  la mia bisnonna cercava di tenerli occupati affinché non cercassero più a fondo, preparando loro il caffè e offrendo loro qualcosa da mangiare, mentre mia nonna e le sorelle cercavano di essere più gentili possibile per evitare che si insospettissero; disgraziatamente, questo loro atteggiamento fu frainteso dai soldati che le stuprarono.

Nel quartiere erano tutti terrorizzati dall'esercito tedesco, anche perché molti padri e figli furono allontanati dalle famiglie e uccisi; fortunatamente il mio bisnonno non fu mai scoperto,  grazie alla sua abilità nel nascondersi ogni volta in un posto diverso e al coraggio delle donne della sua famiglia.

Sara PEZZOLI


CON GLI OCCHI DI MARIA

Ho avuto l’onore di intervistare un’anziana amica di famiglia, Maria Paolini, che purtroppo ha vissuto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. 

Quando tutto iniziò Maria aveva dieci anni e viveva in Abruzzo, nel paesino di Castelvecchio Subequo, in provincia dell'Aquila. In casa con lei c’erano solamente sua mamma e sua nonna, poiché suo papà fu presto chiamato alle armi. 

Maria non ricorda molti dettagli della sua vita a quel tempo, tuttavia ricorda perfettamente com’era andare a scuola; per ordine del regime fascista gli alunni dovevano indossare la divisa; quella femminile era composta da una camicetta bianca e una gonnellina nera, e le studentesse erano denominate “Piccole italiane”; la divisa maschile consisteva di camicia nera decorata dall’iniziale  “M” di Mussolini  e calzoncini grigio-verde e gli allievi erano denominati “Balilla”

Le giornate a scuola erano molto monotone - dice Maria; come prima cosa si cantava l’inno dedicato a Mussolini, inno che la signora ha gentilmente cantato per me, ricordandolo a memoria.


Maria e i suoi fratelli pronti per andare a scuola.

La scuola, inizialmente organizzata in classi maschili e femminili, durante la guerra, per ristrettezze organizzative, era ormai diventata mista; inoltre, poiché non era sicuro viaggiare, non vi era sufficiente disponibilità di maestri, così il più delle volte un solo docente era impiegato per l'insegnamento di tutte le materie e  Maria ebbe un parroco come maestro. 

Quando tornava da scuola, Maria aiutava la mamma, ad esempio, per andare a comprare del cibo; ella ricorda come tutti abbiano patito la fame in quel periodo;  la sua famiglia, come le altre, aveva ricevuto la cosiddetta tessera annonaria che era necessaria per l’acquisto di beni di prima necessità come pane, zucchero e sale la cui disponibilità era scarsa e quindi razionata. 

Alcune giornate sembravano trascorrere normalmente, e le si poteva passare in completa spensieratezza, ma non si doveva assolutamente dimenticare il limite del coprifuoco,  la sera dopo le 20 non si doveva assolutamente uscire, violare questo divieto avrebbe comportato l’arresto immediato. 

Maria ricorda bene anche il momento in cui vide volare sopra la sua testa centinaia di aerei, che andando e venendo, bombardavano acquedotti, ponti e ferrovie del suo amato paese e dintorni.

Per anni, anche dopo la fine della guerra, il suo paese, come tanti altri, patì le difficoltà della ricostruzione di tutto ciò che il conflitto aveva distrutto o portato con sé. Ci vollero decenni per tornare alla normalità, perché la guerra finisce, ma i danni causati restano.  

Nancy RAFFA

UN’ODISSEA CHE PARLA FRANCESE 

Sono cresciuta a latte e the e  racconti della mia bisnonna Marthe. Passavo i pomeriggi seduta accanto a lei sul divano ad ascoltare i suoi ricordi più felici, tra i quali paradossalmente c’erano anche quelli riguardanti gli anni della guerra. La mia bisnonna  nacque nel 1921 e trascorse quasi tutti gli anni della Seconda Guerra Mondiale nel  piccolo villaggio vicino Marsiglia, in Francia, dove lei e la sua famiglia abitavano. 

Questo non era solo un territorio di confine con l'Italia, ma anche un luogo in cui le due culture italiana e francese si fondevano. Marthe  e sua sorella avevano poco più di vent’anni quando scoppiò la guerra e a Marsiglia arrivarono i battaglioni dei soldati italiani; tra questi c’era quello del mio bisnonno, un ragazzo valdostano di nome Laurent. Il villaggio della  mia bisnonna era troppo piccolo per essere considerato un luogo di importanza strategica  da  occupare, così per fortuna la popolazione locale non avvertì  mai veramente la minaccia della guerra, anzi, conduceva la propria vita cogliendo ogni occasione per  festeggiare. Fu proprio in una di queste circostanze che Marthe conobbe il futuro marito Laurent e se ne innamorò. Passarono molto tempo insieme e quando lui se ne andò, le disse che viveva in Italia ad Aosta e le diede il suo indirizzo. 

Era ormai il 1944 e pochi mesi dopo questo coup de foudre Marthe  scoprì di essere rimasta incinta, invió delle lettere al suo amato, ma non ricevette mai risposta. Così, appena zio Eddy nacque, decise di partire per andare a cercare il padre di suo figlio ad Aosta. Solo quando giunse  in Italia scoprì che le sue lettere non avevano mai oltrepassato il confine. 

La mia bisnonna mi ha più volte raccontato di quel viaggio, rimarcando quanto fosse stato lungo e pericoloso. Giocò a suo favore avere il cognome piemontese, grazie al quale riuscì ad arrivare a destinazione senza grandi problemi.

Ho sempre pensato che la sua storia somigliasse ad una favola, perché - mi raccontava - che quando finalmente rivide Laurent e gli disse che il bambino era suo figlio,  si sposarono. Pochi anni dopo nel 1946 nacque mia nonna Josette, poi Zio François e infine Elisabetta, miei prozii. 

Grazie alle storie  apprese dalla viva voce della mia bisnonna, mi piace pensare che la guerra non fu solo un periodo di stragi e sofferenza, ma ci furono anche persone più fortunate che riuscirono a vivere la loro adolescenza normalmente. 

Il mio bisnonno Laurent venne a mancare all'affetto dei suoi cari poco prima che io nascessi, mentre sua moglie Marthe lo raggiunse all'età di 93 anni, nel 2016; in quegli 11 anni dalla dipartita di suo marito le piaceva ricordare tutto della loro vita a due, litigate comprese.

Claudia SORO

L’ESPROPRIO

I protagonisti di questa storia sono  Valentina Pellissier e la sua famiglia (padre, madre e un fratello).

Sua madre,  Luisa Pellissier,  era casalinga e suo padre, Adriano Proment,  era  agricoltore. 

Valentina nacque nel 1935 a Villeneuve in Valle d’Aosta, ma ben presto la sua famiglia si trasferì a Courmayeur in “Via dei bagni” per vivere in una casa più grande,  che consisteva in una stalla e un fienile. La sua esperienza di guerra cominciò nel 1943 con l'occupazione tedesca. Valentina era una bambina di otto anni quando un giorno i soldati tedeschi decisero di espropriare la casa di famiglia. Avevano scelto proprio quella  proprietà essendo dotata di spazi utili per custodire i cavalli in dotazione all’esercito tedesco. Il papà di Valentina cedette casa e terreno senza molte discussioni e si preoccupò di garantire un posto sicuro alla sua famiglia in un’altra casa che possedevano nella frazione di Courmayeur, denominata La Saxe. 

Una grande qualità di Adriano era la sua infinita generosità, e proprio per questo i tedeschi gli furono più volte riconoscenti ricompensandolo con dei pacchetti di sigarette. 

Vale la pena precisare che i soldati utilizzarono la casa dei Proment solamente per alloggiare i cavalli dormendo invece nel ristorante Excelsior, situato a pochi metri dalla casa di Valentina. Tuttavia, nei giorni seguenti l’esproprio, Valentina e suo padre dovettero trasportare tutto il fieno della stalla fino alla nuova abitazione. Questa operazione si rivelò particolarmente ardua per Valentina poiché, per raggiungere la casa, lei e il padre dovevano percorrere un sentiero parallelo ad un ruscello,  e dovettero percorrerne vari tratti camminando nell’acqua per risultare meno esposti al fuoco dei proiettili. In altri tempi questa operazione si sarebbe potuta evitare,  ma essendo le mucche la loro principale fonte di sostentamento, non potevano di certo rimanere a corto di  fieno. 

L’aspetto interessante di questa storia, però, è che Valentina entrò in contatto con i soldati tedeschi instaurando con loro un legame di amicizia; lavorando al ristorante Excelsior, lei era incaricata di pelare le patate e una volta completata la sua mansione, i soldati la premiavano donandole dei biscottini. Un gesto del genere non cambiò di certo gli orrori della guerra, tuttavia, ricevere un regalo da parte dei soldati nemici non era cosa che capitava a tutti. 

Nel 1944, esattamente un anno dopo l’esproprio, Valentina poté ritornare nella sua casa di “Via dei bagni”,  però solo in seguito ad una grande opera di ristrutturazione dell’immobile.

Giorgia TEGAS

CORAGGIO CIVILE

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale il mio bisnonno paterno fu arruolato e andò in Montenegro a combattere. Rientrato a Valtournenche, raccontava con commozione di come la popolazione locale si fosse distinta per la generosità e il coraggio durante quel periodo difficile.

Una volta tornato, si impegnò a garantire il sostentamento della sua famiglia e anche della comunità. Possedeva un camioncino che utilizzava per recarsi in Piemonte, dove acquistava farina per panificare e confezionare altri beni primari, essenziali in quel periodo di magra. 

Tuttavia sembrava l'unico disposto a sacrificarsi per il bene comune, il solo a possedere il coraggio di affrontare quei viaggi per aiutare chi ne aveva bisogno. Un giorno, mentre si dirigeva verso il Piemonte, fu fermato da un posto di blocco dei partigiani. Costoro, convinti che fosse un fascista, gli  puntarono un fucile alla nuca; in una situazione di  tensione massima, dovette spiegare con urgenza che non era un fascista e cercare disperatamente di convincerli a lasciarlo passare incolume. Fortunatamente, i partigiani lo lasciarono passare, ma quell'esperienza, in cui rischiò la vita mentre cercava di portare aiuto ai suoi familiari e concittadini, lo segnò profondamente.

La storia del mio bisnonno è un toccante esempio di come il coraggio e la dedizione verso gli altri abbiano giocato un ruolo cruciale durante i giorni bui della guerra. guerra.                                                        

Martina TOUSCOZ

TRA MARE E MONTI

I miei nonni materni sono nati dopo la Seconda Guerra Mondiale e non hanno molti ricordi di quel periodo nel quale vivevano sulla riviera ligure, dove abitano tuttora. Hanno vissuto, però, gli anni del dopoguerra e mi hanno raccontato della crisi e delle ristrettezze di quegli anni, quando c’erano pochi soldi, poco cibo, lo stile di vita era semplice e volto all’obiettivo di riprendersi il prima possibile, tornare a sorridere e a sperare in un futuro migliore.

 

Il ramo paterno della mia famiglia, invece, è stato maggiormente coinvolto dal conflitto; mia nonna Carla è olandese e negli anni della guerra abitava ad Haarlem, vicino ad Amsterdam;  ha ricordi molto vaghi, e non rammenta troppe restrizioni. Ha avuto qualche suo nonno o zio che è dovuto andare al fronte, ma nessun mio parente stretto. 

Fortunatamente non ha sofferto troppo nel dopoguerra e ha girato l’Europa per lavoro, traduceva testi per compagnie importanti con la macchina da scrivere; giunta in Italia ha conosciuto mio nonno Giorgio sulla riviera ligure e da quel giorno non si sono mai più lasciati.

Il mio nonno paterno è tra i nonni quello che mi ha raccontato più storie. Era cresciuto in Piemonte, ma la sua famiglia si traferì quando lui era ancora giovane, nell’amata Cervinia, dopo che i suoi genitori ebbero trovato lì la loro “fortuna”; sua madre era solita ripetergli: “Giorgio, qui c’è fortuna e non ci muoviamo più”. 

Nonostante ciò, la nuova vita non fu tutta “rose e fiori”. Con l’avvento della guerra, infatti, arrivò anche la crisi e per un paio d’anni mio nonno dovette abitare in un rudere, condividendo la camera con suo cugino, dove - mi racconta spesso -  che in pieno inverno era costretto a dormire vestito, foderando gli scarponi con la carta di giornale, viste le tre dita di ghiaccio che c’erano dietro la testata del letto. Ebbe un’adolescenza difficile, ma fortunatamente  la guerra non gli causò altri danni.

Tommaso ZAVATTARO

ANNI ‘20 IN VALLE D’AOSTA

La Valle d’Aosta, una piccola regione ai confini nord-occidentali dell’Italia, ha conosciuto una forma di fascismo particolare che si può definire  “fascismo di confine”. 

Durante il ventennio fascista questa zona subì un poderoso e sistematico attacco contro la propria identità linguistica, storica e culturale, che ebbe come effetto, per esempio, nel fallimento delle sue due banche principali (tra cui la Banca Réan), nella massiccia emigrazione di molti valdostani in Francia e Svizzera e nell'imposizione di parlare solo la lingua italiana (quando la popolazione parlava soprattutto la lingua locale, che i valdostani chiamano “patois” o la lingua francese), e attuando il discutibile programma di italianizzare, non solo tutti i toponimi, ma anche i nomi e i cognomi delle famiglie valdostane, persino i più improbabili (ad esempio il cognome Perruquier fu italianizzato in “Perrucchione”, Champorcher divenne “Ciamporcero”; la località di Pontboset venne italianizzata in “Pianboseto”; Pré Saint Didier divenne “San Desiderio Terme”, per citarne solo alcuni).

Nel 1925, sotto la guida di Emile Chanoux (notaio, politico ed intellettuale valdostano), fu fondata la società patriottica Jeune Vallée d'Aoste, che fece della tutela della lingua e dell'identità locale il principio necessario per la difesa della libertà intesa in senso lato. Prima di passare alla clandestinità, per sfuggire alla persecuzione della dittatura fascista, questa associazione raccolse alcune migliaia di firme di capifamiglia a sostegno di una petizione in difesa delle lingue autoctone, segno evidente dell'insofferenza della popolazione valdostana nei confronti degli abusi del regime.

Nel 1943, Chanoux partecipó all’evento che passò alla storia col nome di  “Riunione di Chivasso”, durante la quale fu redatta la "Carta di Chivasso", documento che,  riaffermando i diritti delle minoranze etniche all'interno di un futuro Stato democratico, forní le linee guida per l'elaborazione degli Statuti Speciali delle Regioni Autonome, nella neonata Repubblica Italiana.

L’impegno e il prestigio di Emile Chanoux furono un’ispirazione per tutta la popolazione valdostana nonché un punto di riferimento per il suo senso d'identità, che la dittatura fascista non riuscì a sradicare; fu per questo che, il 18 maggio 1944, con l’intento di soffocare le aspirazioni autonomiste, il regime fece arrestare Chanoux. Dopo una notte di interrogatorio e  tortura Chanoux fu trovato morto la mattina seguente, impiccato alle sbarre della prigione,  una circostanza di apparente suicidio -  versione cui nessuno credette. 

L'influenza del periodo fascista in Valle d’Aosta lasciò segni evidenti, visibili oggi nei nomi di alcune città e vari comuni. Durante il regime fascista tutti i toponimi vennero italianizzati, così, ad esempio, Courmayeur fu rinominata “Cormaiore”,  La Thuile fu ridenominata “Porta Littoria” e infine Breuil-Cervinia fu ribattezzata  “Cervinia”. A gennaio 2023, a conclusione di un  confronto tra le amministrazioni regionale e comunale e il  tavolo tecnico della toponomastica, iniziato nel 2011 e conclusosi col parere favorevole del di allora sindaco, si deliberó per rinominare la meta turistica valdostana, attualmente conosciuta a livello internazionale, col nome di Breuil - Cervinia solo  “Le Breuil”, eliminando così il nome “Cervinia”,  retaggio dell’epoca fascista. 

Dal 30 novembre scorso (2023) la questione è salita agli onori delle cronache regionali e nazionali, a testimonianza del fatto che certe questioni storiche sono tutt’altro che concluse e toccano nervi scoperti ancora oggi.

Ruslana ZELIONII



UN’INFANZIA DI GUERRA

Le storie di guerra vengono in genere rielaborate quando si è adulti, e quindi più consapevoli dei fatti accaduti, ma questo non è il caso del racconto di mio nonno materno Ovidio che nel 1940 era un bambino di tre anni. 

Nonno abitava in Valle d'Aosta, a Villeneuve con i genitori e tre fratelli. Data la sua tenera età, non poteva affatto capire cosa stava succedendo realmente in queli anni;  trascorreva, infatti, le sue giornate andando a scuola e aiutando i genitori nel lavoro dei campi.

Un giorno il padre, rientrato a casa da lavoro nella centrale di Chavonne,  annunció di essere  stato licenziato poiché non aveva accettato di firmare l’adesione al partito fascista. 

Seppur piccolo, immagino che in quel momento nella  mente di mio nonno egli abbia in qualche modo percepito l’inizio di un cambiamento. 

Successivamente, Nonno mi ha raccontato che vennero organizzati dei posti di blocco in ingresso e in uscita da Villeneuve, presso i quali chiunque voleva entrare o passare per il paese, persino i bambini, veniva controllato; queste postazioni fungevano anche da punti di raccolta  dei cadaveri di coloro i quali venivano arrestati e poi fucilati.

Le sirene dell’allarme antiaereo suonavano a qualsiasi ora del giorno e della notte e quando ciò accadeva, tutti dovevano andare a rifugiarsi in un luogo sotterraneo, in genere una cantina nei pressi delle abitazioni, dove si doveva rimanere finché non veniva suonato un nuovo segnale ad indicare la fine del bombardamento; la permanenza nel rifugio a volte poteva durare anche alcune ore.

La casa di mio nonno si trova ancora oggi di fronte al cimitero, dove, in quegli anni, in genere avvenivano le fucilazioni, per cui ogni giorno, mentre lui e la sua famiglia lavoravano nei campi, sentivano il frastuono degli spari del plotone di esecuzione contro il muro di cinta del cimitero. Oggi il cimitero di Villeneuve è composto da tre sezioni, negli anni ‘40 ce n’era solo una ad ospitare le tombe; al posto delle attuali due c’era un vasto prato dove era stata scavata una fossa comune, in cui venivano gettati i cadaveri raccolti varie ore dopo la morte. 

Un giorno, sapendo che un loro parente era tra  coloro che sarebbero stati  fucilati, la famiglia di mio nonno si soffermó a guardare il plotone di soldati che conduceva i condannati a morte;  una volta arrivati davanti al muro del cimitero si sentirono alcuni spari, ma in quel momento i soldati, probabilmente accorgendosi di essere osservati, si voltarono in direzione della casa di  mio nonno e iniziarono a sparare verso di loro; non penso che avessero il vero intento di colpirli, bensì solo di spaventarli e scoraggiarli dal prestare nuovamente attenzione. 

Nel 1943 ci fu la visita  di Mussolini in Valle d’Aosta; a questo proposito Nonno ricorda solo vagamente la folla di persone scesa in strada ad aspettare l’arrivo del corteo con l’auto del Duce per applaudire al suo passaggio.

Oltre agli aspetti tragici e cruenti della guerra, mio nonno ha anche dei ricordi positivi: si rammenta, ad esempio, che tutti i sabati i bambini venivano riuniti a Chavonne per giochi e attività di gruppo, in quella che doveva essere un’operazione di propaganda per instillare i valori del regime nei più piccoli.

A guerra  finita, il papà di mio nonno fu assunto di nuovo a lavorare alla Cogne ad Aosta, dove aveva lavorato anni prima, dato che i luoghi di lavoro in città erano meno controllati rispetto ai paesi, e quindi aveva potuto lavorare anche senza essersi mai iscritto al partito fascista. 

Dopo la guerra, Nonno Ovidio ha continuato la sua vita sposando mia nonna Alda e diventando padre di una figlia, mia mamma Daniela, ma penso che i ricordi della sua infanzia vissuta in tempo di guerra non lo lasceranno mai. 

I gemelli Ovidio e Gastone Courthoud a Villeneuve 

 Silvia ZERBINATI

 

NONNO LEO - UN PITTORE IN GUERRA

L’uomo con la divisa dell’esercito italiano nel dipinto è il mio nonno materno, Leopoldo Fimiani.  Nonno era nato nel 1907; nel 1942 durante la Seconda Guerra Mondiale, fu chiamato alle armi e andò a combattere sul fronte africano. A casa - a Roma - lasciava una moglie venticinquenne, casalinga e due figlie: mia zia Pina, di quattro anni e mia mamma che non ne aveva neanche due. 

Quando penso a cosa devono aver passato, non so spiegarmi come siano sopravvissute ai vari patimenti della guerra: l’orrore, la fame, la povertà, le privazioni, i bombardamenti e l’occupazione tedesca, rimanendo sane di mente; so solo che miracolosamente ce l’hanno fatta.

Durante la campagna d’Africa, Nonno e il suo battaglione furono fatti prigionieri dell’esercito inglese e deportati in un campo di prigionia in Inghilterra, dove mio nonno trascorse alcuni anni. Essendo uno dei pochi tra i suoi commilitoni con un’istruzione di scuola superiore, gli inglesi lo impiegarono in fureria; imparò la lingua e nel tempo libero gli era concesso di fare delle passeggiate in campagna; Nonno col suo animo da artista, sensibile alle bellezze della natura,  iniziò presto a dipingerne i paesaggi. 

Quando vidi per la prima volta dal vivo la campagna inglese, cosa che mi successe che ero già quarantenne, ebbi una sorta di déjà vu, riconoscendo gli stessi luoghi che avevo visto per anni nei quadri appesi alle pareti della casa dei miei nonni, e che Nonno aveva dipinto proprio durante la prigionia; l’emozione fu così forte che improvvisamente scoppiai in lacrime, un effetto che certi paesaggi inglesi inspiegabilmente -  o forse no -  mi provocano ancora…

L. Fimiani  - autoritratto  - Shardlow Hall England -1945

Essendo Nonno a corto di mezzi e volendo trovare il modo di mettersi all’opera, si offrì di realizzare i ritratti degli ufficiali inglesi e dei loro familari, in cambio di tele, carta, pennelli e colori con cui poter dipingere.

Da piccola ascoltavo i suoi aneddoti di guerra senza rendermi conto di cosa effettivamente avervi preso parte doveva aver significato, perciò non mi venivano in mente tutte le domande che gli porrei ora (Nonno morì nel ‘94) … Trovavo i suoi racconti piuttosto affascinanti, per esempio mi raccontava della bellezza dei cieli stellati che aveva visto nel deserto africano, o della commovente messa per la vigilia di Natale, celebrata dal cappellano militare sotto una tenda; mi faceva disegni particolareggiati degli strumenti che aveva imparato ad usare… Col senno di poi, penso che edulcorasse un po’ certi racconti -  la guerra non poteva avergli lasciato solo bei ricordi, ma sono certa di una cosa - non gli ho mai sentito pronunciare parole d’odio e di disprezzo verso nessuno - la guerra non era riuscita a corrompere la sua natura generosa e il suo animo così profondamente buono per il quale, tutti quelli che l‘hanno conosciuto, ancora lo ricordano…Quando potè fare ritorno in Italia era ormai il 1947, mia mamma non lo vedeva da cinque anni e non ricordava di avere mai avuto un padre; Mamma mi ha più volte raccontato, solo quando sono diventata più grande in effetti, dapprima della diffidenza che provava nei confronti di quest’uomo verso cui sua madre e sua sorella mostravano una familarità che lei non sapeva spiegarsi, della gentilezza e del garbo di lui, e il suo tormento interiore di bambina che iniziava a provare attaccamento per colui che lei vedeva di fatto come un usurpatore. 

L. Fimiani -  acquerello - Inghilterra 1945

Un giorno di maggio del 1984 recandomi in visita dai nonni, vi trovai le famose “signorine inglesi” come le chiamavamo in famiglia; sapevo di questa conoscenza e corrispondenza, ma non le avevo mai incontrate; in realtà i nonni, mia mamma e mia zia le conoscevano bene, perchè Avril, Cathleen e Muriel (tre di otto figli) avevano inziato a venire in visita ai mei nonni in Italia sin dagli anni ‘50, trascorrendo del tempo da loro e a volte anche dei periodi di vacanza, prima che Mamma e Zia si sposassero. Eppure da ragazzina quale ero, non mi spiegavo come mai mio nonno che non era un uomo d’affari, avesse amicizie internazionali. Chi erano davvero? Ebbene, erano amicizie nate per caso ai tempi della prigionia! 

Solo da adulta compresi davvero il valore autentico di quella straordinaria amicizia: mio nonno e quelle persone, stranieri e nemici, ancora in tempo di guerra, erano riusciti a superare le barriere politiche e culturali, ma soprattutto si erano voluti fidare gli uni degli altri, costruendo una relazione autentica e diventando amici per la vita. 

La storia della loro lunga amicizia, che aveva sfidato e vinto limiti fisici e pregiudizi culturali, sin dal primo dopoguerra, è sempre stata una grande fonte di ispirazione per me e per tutta la mia famiglia. 

Grazie Nonno, con tutto il cuore!

Una lettera che mio nonno inviò dalla prigionia: sulla busta è visibile il timbro e la dicitura “Posta dei prigionieri di guerra”

Valentina TENEDINI

 

           

I miei nonni Leopoldo ed Erminia  in una foto del 1964 -  sono stati sposati tutta la vita - riuscendo a festeggiare anche le nozze d’oro